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Focus 231

La responsabilità degli enti e delle imprese

Il decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 in attuazione della legge delega 29 settembre 2000, n. 300, disciplina la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica. Prima dell’introduzione di tale disciplina legislativa, gli enti collettivi non erano soggetti, secondo la legge italiana, a responsabilità di tipo penale-amministrativa e solo le persone fisiche potevano quindi essere perseguite per l’eventuale commissione di reati nell’interesse della compagine societaria.

Tale assetto normativo è stato profondamente innovato dal decreto legislativo n. 231/2001, che ha segnato l’adeguamento ad una serie di convenzioni internazionali alle quali l’Italia ha già da tempo aderito, in particolare:   

Convenzione sulla tutela finanziaria delle Comunità europee del 26 luglio 1995;

Convenzione U.E. del 26 maggio 1997 relativa alla lotta contro la corruzione;

Convenzione OCSE del 17 settembre 1997 sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali.

Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione (UNCAC) del 31 ottobre 2003.

Con l’emanazione del D.lgs. 231/2001, il legislatore italiano ha ottemperato agli obblighi previsti a livello comunitario ed internazionale.

L’istituzione della responsabilità amministrativa delle società nasce dalla considerazione secondo cui le condotte illecite commesse all’interno dell’impresa, lungi dal conseguire ad un’iniziativa privata del singolo, di sovente rientrano nell’ambito di una diffusa politica aziendale e conseguono a decisioni di vertice dell’ente medesimo. Allo scopo quindi di contrastare la “criminalità d’impresa”, il D.lgs. 231/2001 prevede un articolato sistema sanzionatorio che muove dall’applicazione di sanzioni pecuniarie ovvero, per i reati più gravi, di misure interdittive.

Rientrano in questa seconda categoria la sospensione o revoca di concessioni e licenze, il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione, l’esclusione o la revoca di finanziamenti e contributi, il divieto di pubblicizzazione di beni e servizi, fino ad arrivare alla più grave sanzione del divieto di esercitare la stessa attività d’impresa.

La responsabilità degli enti si estende anche ai reati commessi all’estero, purché nei loro confronti non proceda lo Stato del luogo in cui è stato commesso il fatto: ciò comporta, ai fini della predisposizione del modello organizzativo, la necessità di considerare eventuali operazioni che la società cliente possa compiere all’estero, ad esempio per transazioni effettuate da o per i mercati stranieri.

Perché possa applicarsi una sanzione all’ente che ha commesso l’illecito ai sensi del D.lgs 231/2001 è necessario che il reato sia stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente. Il vantaggio esclusivo dell’agente (o di un terzo rispetto all’ente) non determina alcuna responsabilità in capo all’ente, trattandosi in una situazione di manifesta estraneità della persona giuridica rispetto al fatto di reato. Oltre a dover sussistere un vantaggio od un interesse per l’ente o la società, il D.lgs. n. 231 del 2001 richiede che i soggetti richiamati dalla norma in esame siano coloro i quali svolgono funzioni inerenti alla gestione ed al controllo dell’ente o di sue articolazioni: il legislatore, pertanto, ha voluto intraprendere una scelta di tipo “funzionalistico”, invece che una di tipo “nominalistico”, riservando cioè l’attenzione alla concreta attività svolta, piuttosto che alla qualifica formalmente rivestita.

Ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’ente, oltre all’esistenza di requisiti oggettivi (vantaggio o interesse per l’ente) e soggettivi (soggetti che possono compiere l’illecito), il legislatore impone anche l’accertamento di un ulteriore requisito, consistente nella colpevolezza dell’ente per il reato realizzato.

Tale requisito consiste nell’individuazione di una colpa dell’organizzazione, intesa come violazione di adeguate regole di diligenza autoimposte dall’ente medesimo e volte a prevenire lo specifico rischio da reato. Tali regole di diligenza costituiscono proprio il contenuto centrale del modello organizzativo.

La redazione di un buon modello organizzativo costituisce pertanto l’unico strumento perché un ente o una società possano evitare le conseguenze penali che derivano dalla commissione dell’illecito.

Lo studio legale Sardella, da tempo specializzato in responsabilità penale degli enti ai sensi del D.lgs 231/2001, si occupa proprio della redazione dei detti Modelli che costituiscono il risultato di una approfondita attività di Risk Analysis tesa proprio ad individuare quelle aree di attività di impresa più sensibili alla commissione dei reati richiamati dal D.lgs 231/2001, da cui consegue la potenziale applicazione della sanzione per l’ente.